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STORIE E LEGGENDE

                                      La storia vera di Hachiko


Se per i Greci il simbolo della fedeltà è Argo, il cane di Ulisse, per i Giapponesi è Hachiko,un cane di razza Akita.
Hachiko nacque ad Odate, città che si trova nella parte settentrionale della prefettura di Akita, nel novembre del 1923.
A due mesi entrò nella casa del prof. Ueno dell’Università di Tokyo.
Ogni mattina il professore si recava alla stazione di Shibuya per prendere il treno che lo portava al lavoro e il suo cane lo accompagnava. Tutte le sere il cane tornava alla stazione ad accogliere il suo padrone che rientrava a casa.
Ma una sera il prof. Ueno non tornò, era morto per un attacco di cuore all’università. Hachiko, che aveva allora 18 mesi, come tutte le sere lo aspettò alla stazione ma inutilmente.
Venne così affidato a dei parenti, ma per 10 anni, puntualmente, ogni giorno continuò ad andare ad aspettare il suo padrone alla stazione.
Gli impiegati, commossi da tanto attaccamento, gli costruirono un ricovero e lo nutrirono finché morì nel marzo del 1935 all’età di 11 anni e 4 mesi.
Ora è finalmente vicino al suo padrone infatti la sua tomba si trova accanto a quella del prof. Ueno nel cimitero di Aoyama.
Presso l’entrata della stazione di Shibuya è stata eretta una statua in sua memoria ed un’altra è stata posta all’entrata della stazione di Odate: monumenti ad un akita fedele per sempre.

casa di hachikoGiovanna Rossi alla casa di Hachiko – Odate, Giappone


La Leggenda di Shiro

Questa leggenda risale al tempo dello shogunato Tokugawa (1603-1868)
C’era una volta, tra le montagne della regione di Akita, un villaggio di cacciatori. In questo villaggio vivevano un cacciatore di nome Sadaroku e il suo Akita bianco di nome Shiro.
Sadaroku era il miglior cacciatore della zona e per questo il signore di Nambu, invitatolo un giorno al suo castello, gli consegnò un rotolo che gli dava il permesso di cacciare nelle montagne della regione.
Una mattina Sadaroku e Shiro andarono a caccia. Improvvisamente il cane si mise ad abbaiare: un grosso cinghiale si muoveva tra gli alberi.
Sadaroku prese la mira e sparò; il cinghiale, benchè ferito, fuggì. Shiro si gettò all’inseguimento e Sadaroku gli andò dietro. La caccia durò tutta la notte finchè i due si accorsero di essere giunti in una foresta sconosciuta sovrastata da un castello.
Scrutarono tra gli alberi e videro il cinghiale, Sadaroku sparò di nuovo e questa volta lo uccise.
Ma ad un tratto fu circondato da un gruppo di samurai; lo arrestarono poiché aveva osato sparare nei pressi del castello di Sannobe.
Sadaroku cercò in tasca il lasciapassare ma non lo trovò, proprio quel giorno l’aveva dimenticato a casa. Così fu trascinato al castello, condannato a morte e messo in prigione.
Durante la notte Shiro riuscì ad arrivare sotto la grata della prigione e si mise a guaire.
Il suo padrone lo udì e lo implorò di andare a prendere il rotolo pur non sperando che il cane avrebbe capito.
Invece Shiro capì e partì di corsa. Corse e corse attraversando foreste valli e pianure e finalmente giunse a casa.
Qui si mise a guaire e ad abbaiare disperatamente davanti alla moglie del suo padrone, ma la donna non capiva ciò che lui voleva.
Allora riprese la via del ritorno verso il suo padrone. Quando Sadaroku lo vide tornare senza il rotolo si disperò ma poi si ricordò di averlo lasciato sopra il sacrario degli antenati; lo disse a Shiro il quale ripartì correndo a perdifiato.
Giunto a casa si mise ad abbaiare davanti al sacrario. La moglie vide il rotolo e questa volta, sbiancando in volto, capì.

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Shiro che porta il rotolo al padrone

Dette il rotolo a Shiro che riprese la sua folle corsa verso il castello. All’alba Shiro stava ancora correndo ma era allo stremo delle forze.
Nello stesso momento Sadaroku veniva portato sul luogo dell’esecuzione; chiese di poter rivedere per l’ultima volta il suo cane ma gli fu negato.
Fu così che, mentre urlava il nome di Shiro, gli venne tagliata la testa.
Quando poco dopo il cane arrivò con il rotolo in bocca trovò il corpo del suo padrone ormai senza vita. Cominciò
a nevicare,
Shiro trascinò il corpo di Sadaroku nella foresta vicina al castello, scavò e lo seppellì. Poi cominciò ad ululare verso il castello e ogni giorno e ogni notte ululava tutto il suo dolore. Il suo ululato giungeva anche al castello e gelava il sangue a quelli che lo abitavano.
Shiro non lasciò più quella foresta che da allora è chiamata la “foresta ululante”.

Giovanna Rossi